• Casa 
  •  / La nostra dottrina
  • / Finalmente ! La tanto attesa risposta di Roma, mediante un questionario della Congregazione per la Dottrina della Fede

Finalmente! La tanto attesa risposta di Roma, mediante un questionario della Congregazione per la Dottrina della Fede

Il 23 aprile 2019, festa di san Giorgio, fra Bruno di Gesu – Maria ha ricevuto la seguente lettera datata 15 aprile 2019, pubblicata dopo nella rivista “Egi é risorto” N° 200, di Luglio-agosto 2019, con la risposta della Communità :

Georges Pontier
Arcivescovo di Marsiglia

Marsiglia, 15 aprile 2019

Al signor Bruno Bonnet-Eymard
Responsabile del Movimento
 “Contro-Riforma Cattolica”

Signore,

Con una lettera aperta datata 19 novembre 2012 rivolta a mons. Marc Stenger, vescovo di Troyes, in risposta a un tentativo di riconciliare il suo movimento con la Chiesa Cattolica, lei pone condizioni previe a questa riconciliazione.

Vi cito: «Se noi siamo ben decisi a non separarci mai dalla Chiesa, non possiamo più accettare ciò che ci sembra eretico. Ogni passo verso la riconciliazione, quindi, ha come premessa il giudizio dottrinale. Infatti, se le dimostrazioni teologiche del padre de Nantes comportano la nostra adesione ragionata e irriducibile, noi non le riteniamo infallibili, come egli stesso non le riteneva. E’ per questa ragione che la nostra fede cattolica e i nostri diritti di battezzati ci fanno reclamare un giudizio sui punti precisi che noi contestiamo riguardo le novità conciliari».

La Congregazione per la Dottrina della Fede mi ha fatto sapere che l’unica premessa da considerare era quella della vostra adesione alla Chiesa e al suo Magistero, in particolare al Concilio Vaticano II, come pure l’ecclesialità del funzionamento del vostro movimento.

Data la presenza del vostro movimento in un certo numero di diocesi francesi, nella mia qualità di Presidente della Conferenza dei Vescovi di Francia, ho quindi l’incarico di comunicarvi – lo faccio nel testo allegato – il questionario della Congregazione della Dottrina della Fede, rivolto ad ogni membro della CRC, chiamato a rispondervi individualmente. Non avendo io la distinta di questi membri, conto sulla vostra lealtà per trasmetterlo a ciascuno di loro e di permettere a ciascuno di loro di rispondervi. Incarico mons. Yves Patenôtre, arcivescovo emerito di Sens-Auxerre, di raccogliere le risposte individuali, che bisogna fargli arrivare al seguente indirizzo:

Mons. Yves Patenôtre,
3 rue du Cloître Saint-Etienne,
F - 10000 Troyes
yves.patenotre@wanadoo.fr

Chiedo che ciascuno provveda a rispondere non oltre il lunedì di Pentecoste, 13 giugno 2019, augurando a tutti la luce dello Spirito Santo. Sappiate che, in caso di rifiuto, saranno emanate le censure canoniche adeguate, ai termini del canone 1347:

  • 1 «Una censura può essere inflitta validamente, a meno che il colpevole non sia prima stato avvertito almeno una volta a porre fine alla sua contumacia, e non gli sia stato concesso un tempo conveniente per tornare a resipiscenza.»
  • 2 «Bisogna considerare come avente posto fine alla sua contumacia quel colpevole che si sarà realmente pentito del suo delitto e che, inoltre, abbia riparato, in modo appropriato, i danni e lo scandalo, oppure che, almeno, avrà seriamente promesso di farlo.»

Che lo Spirito Santo, spirito di Pentecoste, v’illumini.

Georges Pontier
Arcivescovo di Marsiglia
Presidente della Conferenza dei vescovi di Francia

*
*       *

Questionario da sottoporre alla comunità della Contro-Riforme Cattolica

Sulla dottrina e la fede cattolica:

1, Professate voi la fede cattolica, com’è professata nel Simbolo di fede niceno-costantinopolitano e nell’insieme dei Concili ecumenici riconosciuti dalla Chiesa cattolica?

2, Riconoscete voi l’autorità dogmatica e magisteriale del secondo Concilio del Vaticano, in particolare la sua dottrina sulla Chiesa, la divina Rivelazione, la liturgia e la libertà religiosa?

3, Riconoscete voi la legittima e ininterrotta autorità del Magistero dei papi, successori dell’apostolo Pietro?

4, Riconoscete voi il Magistero ordinario e l’autorità del vescovo dal quale dipendete?

Sulla organizzazione della comunità:

5, Quali sono gli statuti o i testi regolatori della vita della vostra comunità? Siete voi disposti a farceli conoscere e, nel caso, a lavorare alla loro evoluzione, se la legittima autorità ecclesiastica giudica opportuno di farlo?

*
*       *

Ecco la nostra risposta

Gesù! Maria! Giuseppe!

                        A mons. Yves Patenôtre
Per le mani di mons. Marc Stenger,
vescovo di Troyes
3, rue du Cloître Saint-Etienne,
10000 Troyes

Saint-Parres-lès-Vaudes, 13 giugno 2019
Seconda apparizione della Madonna a Fatima

Eccellenza,

Ho l’onore di accusare ricezione della lettera, datata 15 aprile 2019, di mons. Georges Pontier, lettera con la quale l’arcivescovo di Marsiglia mi ha trasmesso un questionario di cinque domande da sottomettere personalmente a ciascuno dei 120 religiosi che mi riconoscono come superiore generale delle Comunità dei Piccoli Fratelli e Piccole Sorelle del Sacro Cuore, fondate dal padre Georges de Nantes, al quale ho succeduto. Preciso tuttavia che il vero Generale e Protettrice del nostro ordine è la Santissima Vergine Maria, dal momento in cui il nostro padre fondatore Le ha “passato le consegne”, durante la festa della Immacolata Concezione nell’anno di grazia 1997. Mons. Pontier augura a ciascuno di noi la luce dello Spirito Santo; è dunque in Maria, ricettacolo del Santo Spirito, che confidiamo affinché, nello scriverle, siano mantenute le virtù della fede, della speranza e della carità.

Premetto tre osservazioni alle mie risposte al questionario.

Prima osservazione. Mons. Pontier tace su un nome ineludibile: quello del padre Georges de Nantes, ben conosciuto particolarmente per aver pubblicamente commentato e criticato i testi del secondo Concilio del Vaticano fin dal momento delle loro discussioni e approvazioni. Noi, suoi figli spirituali, intendiamo restargli fedeli ed è partendo dalla sua opera immensa, che non è mai stata colpita da censura dottrinale, che formuleremo le risposte al questionario che ci è stato imposto.

Seconda osservazione. Successivamente a un incontro che ebbi con lui qualche giorno prima del suo vescovato, indirizzai a mons. Stenger, il 29 settembre 2012, una lettera non aperta ma personale. Poi sono passati sei anni, senza che una minima notizia mi sia stata data riguardo la mia richiesta. Ecco che oggi ricevo una risposta da mons. Pontier. Certamente, le case delle nostre comunità risiedono in più diocesi, egli mi scrive in qualità di presidente della conferenza dei vescovi francesi. Ma questo suo mandato elettorale, oltretutto sul punto di scadere, è sufficiente per affidare all’arcivescovo di Marsiglia la giurisdizione dell’insieme dei territori delle diocesi francesi (e canadesi), per imporre a persone, delle quali vuole ignorare lo stato religioso, a rispondere a una serie di cinque domande, con una scadenza imperativa di due mesi, sotto pena di sanzioni canoniche? Io rispondo al questionario, ma faccio passare la mia lettera alla sua attenzione mediante mons. Stenger, vescovo di Troyes, dalla cui autorità noi riconosciamo di dipendere.

Terza osservazione. Le domande che ci sono state rivolte sono presentate in modo molto semplice, ma le risposte sono difficili perché, per essere esatte secondo le regole dell’esercizio del potere insegnante della Chiesa, bisogna fare alcune distinzioni, almeno per le quattro prime domande. Glielo scrivo, non per ottenere anch’io un simile ritardo di tempo (sei anni!) per riflettere, ma per spiegarle perché i religiosi della mia comunità – i quali hanno personalmente preso conoscenza della lettera di mons. Pontier e del questionario – mi chiedono di presentare le risposte a loro nome, volendo così testimoniare una unità tutta soprannaturale che regna tra noi su argomenti ai quali abbiamo consacrato interamente le nostre vite.

Prima domanda:

“Professate voi la fede cattolica, com’è professata nel Simbolo di fede niceno-costantinopolitano e nell’insieme dei Concili ecumenici riconosciuti dalla Chiesa cattolica?”

Col pretesto di professare la fede cattolica – o, peggio, in nome di quella fede cattolica senza la quale nessuno può essere salvato – l’autore di questa domanda assimila forzatamente, ma senza dirlo, il Concilio di Nicea al Concilio Vaticano II, chiamando surrettiziamente l’autorità di quello per proteggere l’ortodossia di questo. Ma poi, perché mai questo riferimento al Simbolo “niceno-cosatantinopolitano”? L’autore della domanda teme seriamente che noi poniamo in dubbio il dogma della consustanzialità delle divine Persone? Oppure si preoccupa di rispettare la suscettibilità dei nostri “fratelli” scismatici orientali?

Tutto ciò non è molto serio… né molto leale, ma non ci scoraggia dal rispondere serissimamente a questa domanda, come d’altronde a tutte le altre.

Sì: noi professiamo la fede cattolica, com’è stata insegnata nel Simbolo della fede di Nicea e nell’insieme dei Concili ecumenici riconosciuti dalla Chiesa cattolica… ma con due riserve principali.

Dopo duemila anni di storia, forse che la fede cattolica insegnata dalla Chiesa si riduce al Simbolo niceno e ai Concili ecumenici, come l’autore del questionario vorrebbe far credere? Evidentemente no.

Col nostro fondatore, il padre de Nantes, riguardo la fede cattolica, noi professiamo che agli uomini, oggetto della sua misericordia, Dio ha rivelato i suoi misteri e tutte le verità necessarie alla loro salvezza, principalmente mediante suo Figlio Gesù Cristo. Gli Apostoli si sono limitati a trasmettere, per personale inspirazione, la pienezza di questa Rivelazione alla Chiesa, sotto forma orale (le Tradizioni) o scritta (le Sacre Scritture). Il loro insieme costituisce il Deposito della fede. Noi abbiamo accesso alla conoscenza di questi misteri mediante l’insegnamento della Chiesa, la quale ci comunica, interpreta e spiega infallibilmente questa divina Rivelazione. Le Scritture e la Tradizione sono le fonti della nostra fede, l’insegnamento della Chiesa è il canale che ci trasmette la dottrina –  in maniera ordinaria, spontanea, vivente, con un’ammirevole coerenza – mediante la liturgia e la catechesi. Un certo numero di verità sono state precisate, definite, imposte in modo straordinario o solenne, a causa della loro importanza o della loro contestazione da parte degli eretici: sono quei dogmi che costituiscono l’inattaccabile armatura della dottrina rivelata.

Questa nostra professione di fede cattolica contiene in germe le risposte alle altre domande del questionario che ci è stato imposto.

Forse che il Concilio Vaticano II ha enunciato un insegnamento dogmatico, senza il quale un figlio della Chiesa non può pretendere di confessare la fede cattolica, come fu enunciato dai precedenti Concilî ecumenici e in particolare dal Simbolo niceno?

Nonostante le flagranti irregolarità che sembrano aver notevolmente macchiato le procedure di voto e di promulgazione di vari suoi testi, il padre Georges de Nantes, e noi al suo seguito, riconosciamo il Vaticano II come vero e legittimo Concilio ecumenico della Santa Chiesa Romana; ne ha tutti i segni canonici, forse più di alcun altro Concilio dopo il primo, quello di Gerusalemme. Il ruolo del papa vi fu notevole, conferendogli piena autorità. I vescovi non sono mai stati riuniti così numerosi e provenienti da quasi tutto il mondo. Esso si è riunito e svolto senz’alcuna ingerenza secolare. Nessuno l’ha contestato, sembra essere stato riconosciuto da tutti. Noi quindi riconosciamo la piena legittimità canonica del secondo Concilio Vaticano, ventunesimo Concilio ecumenico, il maggiore di tutti i Concilî.

Ma, solo per questo, esso avrebbe enunciato un insegnamento dogmatico? E’ impossibile rispondere a questo dubbio, senza dare le ragioni che presiedono alla risposta della seconda domanda del questionario.

Seconda domanda:

“Riconoscete voi l’autorità dogmatica e magisteriale del secondo Concilio del Vaticano, in particolare la sua dottrina sulla Chiesa, la divina Rivelazione, la liturgia e la libertà religiosa?”

Ci pronunceremo sull’autorità magisteriale da attribuire agli Atti del secondo concilio del Vaticano (§ V) solo dopo aver brevemente esaminato l’analisi fatta dal padre de Nantes, in qualità di teologo privato, concernente la dottrina conciliare sulla divina Rivelazione (§ I), la liturgia (§ II), la Chiesa (§ III) e la libertà religiosa (§ IV).

I: Sulla divina Rivelazione

Noi crediamo con piena certezza che il Figlio di Dio fatto Uomo, durante la sua vita terrena, ha rivelato ogni verità divina che al Padre è piaciuto di farci conoscere per salvarci, portando così alla pienezza, una volta per tutte, le conoscenze sui divini misteri che gli uomini devono avere. Gli Apostoli hanno visto e udito questa divina Parola sussistente e unica. Inspirati in modo specialissimo dallo Spirito Santo a questo scopo, essi hanno poi insegnato e fissato con linguaggio umano tutta questa vita e questa dottrina, questi fatti divini e storici e queste rivelazioni spirituali che costituiscono le fonti e i fondamenti sacri della nostra religione.

In questo modo, mediante la Chiesa, noi abbiamo accesso alla Tradizione apostolica, nella quale ascoltiamo e leggiamo la Parola di Dio, senz’altro velo che quello della fede. L’opera stessa della Chiesa è consistita in una continua e fedele “trasmissione” di questa Rivelazione alle generazioni successive. La Chiesa ha compiuto questa missione traducendo le parole originarie usando le lingue umane, condannando con precisione le false interpretazioni o evoluzioni, che apparivano qua e là, definendo e riunendo in un corpus dottrinale ciò che la Tradizione apostolica insegnava in maniera divina, indubbiamente più perfetta ma meno adatta a noi. I dogmi, il culto liturgico, i Simboli della fede e più semplicemente il nostro catechismo sono quindi le opere della Tradizione ecclesiastica, nella quale noi ritroviamo fedelmente e comodamente l’autentica Rivelazione divina. La Chiesa ha fatto un buon lavoro, sotto l’autorità piena di sollecitudine dei Pastori e ricorrendo frequentemente alla loro infallibilità.

E’ lo Spirito Santo che garantisce questo zelante e attento lavoro fatto dai servitori della Parola di Dio. «Tra la Chiesa di Gesù Cristo, la Tradizione ecclesiastica e la Rivelazione, non bisogna sollevare problemi: è un tutt’uno», disse santa Giovanna d’Arco ai suoi giudici di Rouen.  E’ da questo insegnamento totale, mediante le sue formule e i suoi riti, che il cattolico, mediante la fede, attinge il mistero stesso di Dio e si unisce al suo Salvatore. Noi possiamo leggere le Sacre Scritture, ricuperare gl’insegnamenti e le usanze della Chiesa primitiva, cosa che è consigliabile; ma noi vi ritroveremo sempre lo stesso insegnamento della Chiesa attuale, la stessa fede, la stessa verità. Nondimeno, rimane che quello più adatto a noi, il più sicuro, è evidentemente quello del catechismo, spiegato dal nostro buon parroco, in accordo con la Chiesa del mondo intero, nel riassumere o rievocare l’insegnamento di tutti i suoi predecessori.

Nessuna rivoluzione, nemmeno evoluzione, tantomeno alterazione è ammissibile per opera di una influenza esterna, nessun contributo straniero. Se la Chiesa sviluppa il proprio insegnamento, lo fa traendo dal proprio tesoro apostolico quelle “cose nuove” che sono in armonia con quelle antiche, senza rinnegare né cambiare alcunché. Così facendo, il deposito apostolico appare meglio conosciuto e l’insegnamento nuovo si rivela luminosamente tratto dalla Tradizione. Nulla quindi di nebuloso, di fantasioso, di “profetico” in questo Magistero; noi crediamo in esso proprio a causa di questa fedeltà e di questa chiarezza. Esso stesso afferma che nessun’altra rivelazione o illuminazione divina può contraddirlo. L’insegnamento della Chiesa s’identifica con la fede e questa con la trasmissione, mediante la Chiesa, della Parola di Dio ricevuta da Gesù Cristo e insegnata all’inizio dagli Apostoli. E’ netto.

Nonostante alcune ammirevoli formule, inserite in un testo appositamente elaborato in modo equivoco, la Costituzione conciliare Dei Verbum ha deformato intenzionalmente la dottrina classica sulla divina Rivelazione, allo scopo di liberarsi dall’imbarazzante dogma, in nome delle Scritture e dell’esperienza vitale dei cristiani moderni. Mediante una sorprendente esaltazione delle Scritture e una presentazione della “Parola di Dio”, attualmente pronunciata dagli ecclesiastici, come se fosse una presenza reale del Cristo vivente e operante, emancipata dalla tradizione ecclesiastica, la citata Costituzione ha sostituito l’insegnamento, fino ad allora fermo, della Chiesa con una inesistente Parola che sarebbe impersonata, strutturata e obiettivata nella nostra comune esperienza.

Di questa tesi, che proviene dall’illuminismo, ecco il risultato: una immensa e scandalosa confusione di linguaggio, la sostituzione di cento opinioni individuali all’unico Credo, lo sbriciolamento della fede. Di più: per comando di quella gerarchia che agisce in nome del Concilio, la liturgia e la catechesi sono state sistematicamente rinnovate in funzione di una nuova “educazione della fede” in senso informale e immanentista. Gli antichi rituali e catechismi sono stati rifiutati e banditi, proprio perché conservavano la fede romana nella sua forma immutabile.

II: Sulla liturgia

Dato che la Chiesa è una “persona mistica”, essendo il Corpo sociale di Cristo la cui Anima è lo Spirito Santo, tutto ciò ch’essa dice e fa è “sacerdotale”, ossia è mediatore della vita e della santità del Gesù Cristo “diffuso e comunicato”, come disse Bossuet. Questa funzione è distinta e necessariamente separata dalle altre attività umane […] Essa è dunque la vita essenziale dei cristiani di ogni razza e condizione, di tutti i tempi attraverso tutti i secoli, di generazione in generazione. Essa quindi definisce una regola sociale, cattolica e apostolica, unica e santa, manifestazione di una fede immutabile e opera di una Chiesa organizzatrice. Reciprocamente, la liturgia sacerdotale, penetrata nelle usanze del santo Popolo di Dio, nutre e conserva la fede, edifica e gerarchizza la Chiesa. “Lex orandi, lex credendi”. La vita soprannaturale procura il movimento della preghiera, ma il movimento allena la vita. Se la fede si spegne, se la Chiesa si dissolve, la prima a morire è la liturgia. Ma, all’inverso, se la liturgia si degrada, la Chiesa si disperde e la fede si estingue.

Fino al Concilio Vaticano II, la liturgia era ancora opera sacerdotale di Cristo e della Chiesa, opera più divina che umana, opera di predicazione, di sacrificio sacramentale e di lode divina, celebrata per il bene spirituale dei fedeli, ma con il loro concorso.

Dopo il Concilio, il più delle volte, la liturgia è diventata insipida creazione spontanea, conforme alle pretese estetiche, moderne, dell’uomo che rende culto a sé stesso. Incurante di piacere a Dio e di meritare le sue grazie, la liturgia post-conciliare è totalmente occupata nel piacere all’uomo, come se essa fosse un’opera d’arte, per meritare ch’egli se ne interessi e vi partecipi.

E’ per questo che il Concilio vaticano II, in sé stesso, non ha definito la liturgia dell’avvenire. Esso è stato una decisiva tappa nell’apertura della Chiesa alle novità. Questa tappa fu ben presto superata e si ammise che “l’obbedienza al Concilio” consisteva nel “superare” ciò ch’esso autorizzava e nello “sviluppare” ciò che conteneva in germe. Da oltre cinquant’anni, non esiste eresiarca che non si sia richiamato al Concilio per svolgere apertamente la propria opera, in piena impunità, specialmente nel campo liturgico, mediante le direttive, le licenze e la creatività inaugurate dalla riforma conciliare, più specialmente nello sconvolgere la Messa e nel sopprimere tutte le cerimonie e le devozioni del culto eucaristico.

Il vero problema non è il rito post-conciliare in sé. Noi non chiediamo che ci si conceda qualche cerimonia in latino, come scarto, e il diritto di fare tre genuflessioni in vece di una sola. Noi abbiamo sempre riconosciuto che la messa detta secondo il Novus Ordo del 1970 è valida.

No: per riconciliarsi tra noi, bisogna innanzitutto riconciliarsi con Dio, vendicando le ingiurie che gli vengono ufficialmente fatte nel sacramento del suo Corpo e del suo Sangue da teologi eretici e preti spergiuri.

Non si può più restare insensibili alla divina tristezza che sconvolse Francesco di Fatima, né alla pressante richiesta dell’Angelo del Portogallo nel 1916: «Mangiate e bevete il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, orribilmente oltraggiato dagli uomini ingrati; riparate i loro crimini e consolate il vostro Dio».

III: Sulla Chiesa

Noi professiamo che la società chiamata Chiesa è l’umano organismo, ossia strumento, creato mediante il quale Dio chiama tutti gli uomini alla salvezza e, se essi vi aderiscono per fede, dona a loro la giustificazione e la grazia per ottenere la vita eterna. La Chiesa quindi è il mezzo e il luogo della vera religione, dell’unione degli uomini con l’unico Dio. La Chiesa è una madre che, mediante la nuova Alleanza, genera i figli di Adamo alla grazia ritrovata. Essa è una famiglia nella quale, dopo il Cristo, si trasmette la vita divina di generazione in generazione. La Chiesa è umana e divina. Solo la divina Rivelazione ce la fa conoscere in due verità connesse e complementari. Innanzitutto, il mistero della Chiesa è quello di una società umana fondata da quel Figlio di Dio che ne rimane Capo supremo, sempre vivente e glorioso. Infatti Egli stesso la governa, con la collaborazione di una gerarchia che ha fondato e munito dei propri poteri divini e dei propri diritti. E’ per sua opera personale, poi per quella degli Apostoli e dei loro successori, che il Cristo crea e organizza la sua Chiesa come un Corpo sociale, vivente e vivificante, santo e perfetto. La gerarchia ne è la causa efficiente, causa creata, umana, storica e visibile.

Tuttavia, l’unione della Chiesa umana al suo Capo divino non è unione fisica, come nella Incarnazione, ma è morale. Essa suppone nella Chiesa una volontà santa, una energia divina, un principio di fedeltà che la tengono indefettibilmente unita al suo Capo; ossia suppone quell’“Anima increata” della Chiesa che è la Persona dello Spirito Santo, il quale le è stato inviato dal Padre e dal Figlio nel giorno della Pentecoste. Anima divina di questo Corpo unico e peculiare, il Paracleto ha una profonda affinità con questa Chiesa cattolica, e solo con questa.

Anche quando Egli sollecita tutti gli uomini alla Vita divina, lo fa in dipendenza e in vista della sua unica Chiesa. Questa opera dello Spirito Santo è la “causa formale” o il “principio organizzativo immanente” di quel Corpo sociale il cui Capo è il Cristo; vale a dire che la sua energia discende e si comunica gerarchicamente dal Capo alle membra, conformemente alla gerarchia di poteri istituita dal Cristo. Anche dove lo Spirito Santo agisce in piena libertà col dono dei “carismi”, non lo fa in contraddizione né in separazione con l’istituzione gerarchica e con la sua disciplina apostolica.

La Costituzione conciliare Lumen Gentium ha pervertito questa luminosa definizione cattolica della Chiesa.

Innanzitutto, pur rendendola “luce del mondo”, la Chiesa non vi risulta più autosufficiente. Essa non è più rivolta al servizio di Dio, attirando tutti gli uomini a questa vita superiore della quale Essa sola ha le chiavi. La Chiesa vi appare impegnata e appassionata del mondo e del successo mondano, offrendogli una vaga energia pretesa divina, una luce spirituale, una unzione cristica, per permettere ad esso di giungere a pieno compimento su questa terra. Si ha fatto presto a dedurrne che la Chiesa, sotto una nuova forma, è dovunque c’è “animazione spirituale” o “culturale”, generosità, lotta liberatrice per gli uomini.

Poi, la Costituzione conciliare ha proceduto a una rivoluzione, presentando la Chiesa innanzitutto come “Popolo di Dio”, prima di trattare la questione della gerarchia, la cui piramide è stata di colpo rovesciata. Dunque, in principio ci sarebbe il Popolo, il quale è dato come del tutto vivente, illuminato, santificato, il quale – prima che intervenga un minimo di gerarchia – è radunato dall’azione diretta, invisibile, gratuita, inattesa e illuminante… dello Spirito Santo! Ecco qui che l’intera struttura della Chiesa e le sue frontiere abbattute. Questo “Popolo di Dio” deborda ampiamente dai ristretti confini del Cattolicesimo e, pieno di Spirito, è rivestito di tutte le perfezioni: tutti vi sono profeti, sacerdoti e re. Quando si penserà a parlare della gerarchia, non ci sarà da concederle altro che un ruolo accessorio e vagamente antagonista; la si porrà “al servizio” di quel Popolo di Dio!

D’altronde – malgrado una nota praevia rapidamente dimenticata – la Costituzione Lumen Gentium ha dato l’impressione di far trionfare l’idea di collegialità, trasformando il collegio episcopale nel primo depositario del “dono spirituale” concesso dallo Spirito Santo al collegio degli Apostoli. Viene così affermato “il carattere e la natura collegiale dell’ordine episcopale”. Con una frase straordinariamente equivoca, il Concilio ha fatto di quel collegio “il soggetto di un potere supremo e plenario sull’intera Chiesa”… senz’alcun riguardo per l’autorità del papa! Col Decreto Optatam totius Ecclesiae renovatio, i vescovi, che fino ad allora avevano goduto di una reale e personale autorità su un preciso territorio, ormai esercitano un’apparenza di potere, ma senz’autorità reale, su immense regioni e su un illimitato universo, in contrasto con la divina costituzione della Chiesa com’è stata stabilita dal suo Fondatore, Nostro Signore Gesù Cristo.

Infine, da questo rovesciamento della gerarchia e da questo nuovo servizio al mondo, ne è logicamente risultata la promozione del laicato a danno del sacerdote, il quale non ha più funzione propria e insostituibile, tranne che per la validità di qualche sacramento. Il reale lavoro è affidato ai laici, dei quali il prete è solamente e vagamente l’animatore, il consigliere, il portavoce.

Risultato: non abbiamo più preti, perché i vescovi non hanno mai smesso di cedere ai diktat con i quali i laici hanno assunto sempre più numerosi ministeri, fino a guidare i funerali, dare la comunione, predicare e ben presto presiedere l’Eucaristia!

IV: Sulla libertà religiosa

Noi professiamo che la grande battaglia apocalittica, in cui la Rivoluzione c’impegna incessantemente, è quella degli uomini ribelli a Dio, su istigazione di Satana, loro principe, il cui grido di guerra è: “non serviam!”, “non servirò!”. Questa rivolta è la rivendicazione di autonomia della creatura bramosa di divinizzarsi, di eguagliarsi a Dio pretendendosi libera: “Eritis sicut dei”, “sarete come dei”. Nella misura in cui penetrerà nella società umana di salvezza, questa rivolta si farà più aggressiva.

Nel nostro mondo moderno, l’intera tradizione dell’Umanesimo ateo e della Rivoluzione – che «è satanica nella sua essenza» (de Maistre) – è un rifiuto della sovranità del Dio fattosi Uomo da parte dell’uomo che pretende di farsi Dio. La carta costituzionale di questa rivolta è la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, la cui portata è più metafisica che politica, ed è politica al fine di colpire la religione e sostituire il culto di Dio con quello dell’Uomo. E’ dunque normale che il principale avversario della Rivoluzione, più che le famiglie e i troni, sia la Chiesa, la quale è l’opera di Dio e del Cristo tra gli uomini.

Ciò non significa che la Chiesa abbia negato la libertà umana pur di contraddire assolutamente quella Rivoluzione che la proclamava sovrana e che la incitava contro Dio. La Chiesa ha sempre riconosciuto alle persone il diritto e il dovere di seguire la loro coscienza, anche se essa è erronea secondo la retta informazione. La Chiesa sa che «Dio ha affidato l’uomo alla sua decisione» (Sir 15, 14). Per agire da uomini, tutti devono ascoltare la propria coscienza e obbedire ai suoi comandi. E’ su questa obbedienza interiore che essi saranno giudicati, e dal solo Dio. Poiché la religione e la morale sono opere spirituali le cui decisioni derivano dalla coscienza, nessuno potrà essere costretto forzatamente a credere o ad adottare una regola morale, perché Dio vuole l’adesione del cuore. Tuttavia, la Chiesa non dà mai ragione a una coscienza che sragiona.

Sebbene s’imponga ad ogni individuo, il dovere di seguire la propria coscienza non potrebbe mai creare un diritto sociale; infatti, quando è in questione la vita in società, a guidare la libertà non può più essere la sincerità del soggetto ma la verità dell’azione. In ogni settore della vita sociale, è Dio ad essere il supremo legislatore; nessuno può rivendicare una qualche autorità o diritto, se non lo riceve da Dio stesso nel compiere la sua Volontà. Dovendo agire secondo Dio, in nome di Dio e per Dio, sia la Chiesa che lo Stato non possono riconoscere alcun diritto all’uomo che s’inganna – sinceramente o non, poco importa – perché ciò equivarrebbe a togliere a Dio il suo impero e sovrano dominio per abbandonarlo al suo Nemico e abolire ogni giustizia oggettiva. Tuttavia, per il bene della pace, una certa qual “tolleranza”, sempre ammessa dalla Chiesa, può essere concessa a chi s’inganna nel praticare il proprio errore,

Di conseguenza, la libertà sociale e politica, come pure quella religiosa, proclamata come un diritto umano, è palesemente un crimine contro Dio e un “delirio”, secondo quanto è stato dichiarato da tutti i papi, particolarmente dal beato Pio IX nell’enciclica Quanta cura (1964). Infatti, questa libertà attua in un sol colpo la rottura della sottomissione dell’uomo a Dio e la rottura dell’ordine sociale, atomizzato da un anarchico pulviscolo di libertà individuali che presto verranno aggregate da un totalitarismo alla Leviathan, oppure la libertà del più forte sottometterà le masse alla schiavitù. D’altronde, la Chiesa ha sempre lottato contro i propri membri che hanno preteso di conciliare la rivendicazione dei “diritti dell’uomo” con quelli della Chiesa, in forza dell’intero che è maggiore della sua parte migliore. Difatti, essa non potrebbe accettare questa riconciliazione senza rinunciare alla propria stessa essenza, alla propria unica dignità di sola religione vera dell’unico Dio e Salvatore Gesù Cristo.

La Dichiarazione conciliare Dignitatis humanae personae, approvata in forza di manovre odiose, ha elevato a principio l’errore di un diritto stretto e universale dell’uomo e di ogni comunità umana alla libertà religiosa nel campo delle attività civili e sociali. «Nessuno sia impedito, nessuno sia costretto». Gli autori di questa Dichiarazione non poterono appoggiarsi su alcuna dottrina né fondarla sulla Sacra Scrittura, ancor meno sulla Tradizione, dato che la Dichiarazione era perfettamente contraria ad entrambe.

Mediante questa Dichiarazione, la Chiesa rinuncia alla propria verità, dignità e diritto, al fine di riconoscere all’uomo, ad ogni uomo e agli Stati, la libertà che pretendevano. In tal modo, essa spera di contribuire a una “concordia” e a una “pace” dell’intera “famiglia umana”, le quali si realizzeranno al di sopra delle divergenze religiose considerate come irrilevanti. «Inoltre, la libertà religiosa richiede che i gruppi religiosi non siano impediti di manifestare liberamente la singolare efficacia della loro dottrina organizzando la società e vivificando l’intera attività umana» (n. 4). Quest’affermazione della Dichiarazione non significa altro che la volontà di costruire un mondo fraterno senza fondarlo su Cristo, ma anzi usando la cooperazione di tutte le religioni e ideologie umane fraternamente associate. Ecco qui l’idea principale di questa Dichiarazione, l’idea-madre di un nuovo progetto così chiamato dal padre de Nantes: “Movimento di Animazione Spirituale della Democrazia Universale” (MASDU).

Come ha scritto il padre Congar: «Tali cose non si proclamano impunemente (!); la lealtà verso ciò che è stato così proclamato trascina con sé molte conseguenze». Difatti, dopo aver proclamato la libertà di tutti nell’intero mondo, la licenza penetrerà anche nella Chiesa. Arriva l’anarchia. Ma essa è dovunque accompagnata dall’intolleranza; difatti i papi e i vescovi – diventati semplici “sorveglianti dell’ordine pubblico” – non tollereranno più coloro che “suscitano divisioni” insorgendo contro la libertà, contro la loro desistenza, contro il loro Concilio e tutte le sue rovine. Oggi, nella Chiesa l’alternativa è: o la libertà o l’anatema!

Se si considera la contraddizione della Dichiarazione conciliare sulla libertà religiosa con l’intera nostra santa dottrina cattolica, e le devastazioni provocate da questa novità nelle famiglie, nelle scuole, nelle nazioni cattoliche e nella Chiesa stessa, l’inspirazione di questo complotto contro Dio e contro il suo Cristo dev’essere cercata in uno spirito maligno, malvagio, infernale, quello stesso che sostiene la Contro-Chiesa nella sua ostinata rivendicazione dei “diritti dell’Uomo” e dello Stato alla libertà, spirito che alla fine ha trionfato nel Concilio.

La Dichiarazione sulla libertà religiosa è apertamente eretica e costituisce anzi un atto pratico di apostasia, in inconciliabile rottura con il Magistero, ordinario e straordinario, della Chiesa. Essa è il punto focale della nostra opposizione al secondo Concilio del Vaticano, sull’autorità del quale bisogna ora pronunciarsi.

V: Sull’autorità del secondo Concilio Vaticano

«I concilî hanno sempre avuto nella Chiesa il prestigio della infallibilità» (Bartmann). Infatti, tutti si riunirono con l’intenzione formale di esercitare questa suprema magistratura della fede, «al fine di decidere con prudenza e saggezza tutto ciò che potrebbe contribuire a definire i dogmi della fede, a smascherare i nuovi errori, a difendere, illustrare e sviluppare la dottrina cattolica, a conservare o ripristinare la disciplina ecclesiastica, a rinsaldare i costumi rilassati dei popoli», scrisse il beato Pio IX nella sua lettera convocatoria del primo Concilio Vaticano. Si trattava sempre di fare opera dogmatica, dichiarando la pura verità divina della fede, dissipando le incertezze e condannando gli errori del secolo, e di fare opera canonica prescrivendo ai fedeli gli obblighi che derivano da questa verità divina mirante alla loro salvezza eterna, opponendosi alle massime mondane (cfr. card. C. Journet, L’Eglise du Verbe Incarné, t. I, pp. 536-541).

Il Concilio Vaticano II ha rotto con questa tradizione e si è impegnato in tutt’altra strada.

Da una parte, esso rinunciava a esercitare il suo potere dottrinale infallibile e il conseguenze potere canonico, contraddicendo ciò che la storia e la teologia insegnano sull’immancabile esercizio di questo magistero straordinario. Dall’altra parte, il Concilio si dirigeva verso tutt’altra impresa, quella di “aggiornamento”, di “ecumenismo” e di “apertura al mondo”; impresa originale e nebulosa, della quale è difficile valutare, a norma di diritto, l’autorità specifica, le legittimità e il grado di assistenza divina dei quali può godere. Questa sorprendente decisione è stata imposta all’assemblea conciliare dal papa Giovanni XXIII l’11 ottobre 1962. I Padri conciliari seppero che essi non dovevano più fare opera dogmatica, né definire verità divine, tantomeno denunciare errori del secolo, soprattutto condannare qualcuno.

Papa Paolo VI confermò quest’orientamento, inserendo nella Costituzione dogmatica Lumen gentium una notifica che citava la dichiarazione della commissione dottrinale del 6 marzo 1964: «Tenuto conto dell’usanza dei Concilî e della finalità pastorale dell’attuale Concilio, questo definisce come obbliganti per la Chiesa solo quei punti riguardanti la fede e i costumi ch’esso avrà chiaramente definiti come tali». Il 12 gennaio 1966, un mese dopo la chiusura del Concilio, Paolo VI confermava: «Considerato il carattere pastorale del Concilio, esso ha evitato di proclamare in maniera straordinaria dogmi dotati della nota d’infallibilità».

Dopo aver rinunciato a esercitare la sua autorità suprema e infallibile in materia dogmatica e morale, il Concilio ha rivendicato un potere “profetico” di riformare la Chiesa in senso evangelico, potere eguale a quello ricevuto dal collegio degli Apostoli, come se il Concilio godesse degli stessi privilegi che solo quel collegio ottenne per fondare la Chiesa. Il Vaticano II si dichiarò concilio pastorale, ma non per rendersi minore dei concilî dogmatici precedenti, anzi per presentarsi come maggiore di tutti quelli messi assieme. Le prima parole della Costituzione Dei Verbum mostrano su cosa si fonda questa pretesa: i Padri vi affermano di essere in contatto diretto, immediato e inspirato con la stessa Parola di Dio, al fine di fondare liberamente una nuova Chiesa.

Risultato: i sedici testi promulgati durante le quattro sessioni del Concilio Vaticano II, tutti fallibili perché non infallibili, hanno diritto a una valutazione differente, a diversi titoli, secondo la loro forma canonica e la loro “nota teologica”. Questi sedici testi sono discutibili, alcuni più e altri meno. Costituzioni, Decreti, Dichiarazioni, è un intrico: nessuno sa ciò che il Vaticano II vuole dire. E’ tutto e nulla, c’è del tradizionale, del nuovo, del certo e del dubbio, del vero e del falso, dove il meglio avalla il peggio. Valutarlo come eguale al Credo di Nicea, significa decerebrare la Chiesa, far marcire la fede donandole un oggetto confuso e inintellegibile, che sfugge all’analisi proprio perché rifiuta ogni definizione.

La nostra risposta alle prime due domande

Sotto l’autorità dei 261 primi successori di san Pietro e dei 20 primi Concilî ecumenici, al pari del nostro Fondatore padre Georges de Nantes, noi professiamo la fede cattolica così com’è stata insegnata, particolarmente nel Simbolo della fede nicena-costantinopolitana e nell’insieme dei Concilî ecumenici riconosciuti della Chiesa cattolica… ad eccezione del secondo Concilio del Vaticano, del quale noi contestiamo ogni autorità magisteriale infallibile; infatti esso, in nessuno dei suoi atti, ha definito sul piano dogmatico e canonico alcuna verità di fede, paragonabile (ad esempio) al dogma della consostanzialità delle Persone divine, che è essenziale al Credo niceno-costantinopolitano, la cui negazione separerebbe ipso facto dalla comunione ecclesiale.

Noi ne deduciamo che i sedici testi promulgati dal Concilio Vaticano II sono tutti fallibili, tutti discutibili, quindi hanno diritto a una differente considerazione secondo i loro differenti titoli, forme canoniche, “note teologiche”. In tali condizioni, noi non possiamo pronunciarci con certezza sull’autorità goduta da quegli atti, considerando che spetta al Magistero ecclesiastico, per bocca del Sovrano Pontefice, di compiere con potenza e decisione un’opera di discernimento, al fine di separare, in modo infallibile e definitivo, ciò che, in quegli atti conciliari, proviene dallo Spirito di Dio e ciò che proviene dallo spirito di Satana.

In attesa di questo giudizio dottrinale infallibile, in conformità ai diritti e ai doveri riconosciuti ad ogni battezzato di restare fedele alla fede cattolica ricevuta dalla Chiesa, noi sospendiamo la nostra adesione a ciò che ci pare chiaramente eretico negl’insegnamenti del Concilio Vaticano II, come nel caso del diritto sociale alla libertà religiosa contenuto nella Dichiarazione Dignitatis humanae, promulgata il 7 dicembre 1965.

(Il resto della traduzione in italiano del documento di risposta sara dato prossimamentema il testo completo in francese è già consultabile  sull presente sito internet. )

Apocalisse

La Madonna di Fatima voleva che il “terzo segreto” fosse svelato nel 1960. Oggi noi possiamo capirne il perché: i suoi avvertimenti miravano a dissuadere il Santo Padre ad avviare una “riforma” della Chiesa che le menti più lucide del suo ambiente prevedevano avrebbe condotto la Chiesa alla rovina.

Ma Giovanni XXIII, dopo aver preso conoscenza di quel testo, se ne distolse dichiarando: «Non è cosa che riguarda il mio pontificato». Pertanto, egli non ascoltò il triplice appello dell’Angelo alla penitenza, come aveva previsto suor Lucia dichiarando nel 1957 al padre Fuentes:

«Non aspettiamoci che da Roma, per bocca del Santo Padre, arrivi un appello alla penitenza rivolto al mondo intero; non aspettiamoci ch’esso venga nemmeno dai nostri vescovi nelle loro diocesi, neanche dalle congregazioni religiose. No. Nostro Signore ha già usato questi mezzi molte volte, ma il mondo non ci ha fatto caso. Pertanto, ora bisogna che ognuno di noi cominci da solo la propria riforma spirituale; ognuno deve non solo salvare la propria anima, ma anche tutte le anime che Dio ha posto sul proprio cammino».

Il successore di Giovanni XXIII, Paolo VI, fu veramente “il vescovo vestito di bianco”, quello che i veggenti intuivano fosse il Santo Padre, benché privo delle insegne della sua sovranità. Noi oggi comprendiamo che papa Paolo VI aveva deposto la tiara in segno di rinuncia alla sua triplice corona: magistero dottrinale infallibile, primato universale di governo, opera di santificazione del suo gregge mediante i sacramenti, corona abbandonata, o meglio profanata dalla “communicatio in sacris” dell’ecumenismo.

E’ l’Angelo che chiama per tre volte alla penitenza: “Penitenza, penitenza, penitenza!”

«E noi vedemmo in una luce immensa, che è Dio, qualcosa di simile all’immagine che uno specchio riflette quando una persona vi passa davanti: un vescovo vestito di bianco; noi abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre. Molti altri vescovi, preti, religiosi e religiose, scalavano una montagna scoscesa, in cima della quale stava una grande Croce di tronchi grezzi, come se fosse di ruvida quercia. Il Santo Padre, prima di giungervi, attraversò una grande città per metà in rovina e, mezzo tremolante, con passo vacillante, afflitto dal dolore e dalla pena, pregava per le anima dei morti che incontrava sul proprio cammino»

“Per metà in rovina”, solamente, perché egli rimane capo di questa Chiesa mezza rovinata, che attraversa “mezzo tremolante, con passo vacillante”, proprio lui, la “roccia” sulla quale la Chiesa è costruita!, “afflitto dal dolore e dalla pena”. Papa Francesco sembra destinato a compiere la tragica conclusione di questa dimissione del magistero, del governo, della santificazione dei quali pure rimane detentore.

«Nel Portogallo si conserverà sempre il dogma della fede». «Alla fine, il mio Cuore Immacolato trionferà».

La conclusione del grande segreto, del quale da cento anni viviamo tutte le tappe, rivela il paradiso di Maria, il regno della Santa Vergine, la terra, la casa, la famiglia di Fatima, «oasi di purezza, di freschezza, di gioia e di devozione mariana, che resta la vetrina del Paradiso nel mezzo dell’inferno e del purgatorio di questo mondo, affinché nessuno dei figli di Maria si smarrisca e si perda in questi anni difficili». Sappiamo che «Fatima è dovunque una qualche anima, famiglia, parrocchia, convento, nazione aderisce ai messaggi del Cielo che sono tutto un catechismo, e esaudisce le richieste della Madonna che sono, per la loro grazia, tutta una pratica della vera religione immutata. C’è grande spazio, in questa “nuova Gerusalemme discesa dal Cielo, presso Dio, città santa, perfetta, come una sposa ornata per il suo Sposo” nel giorno delle nozze».

Infatti, il Cuore Immacolato di Maria è un “rifugio per noi”, sempre pronto ad accogliere i “naufraghi di questo mondo”, ed è in questa “Città-Maria” che si prepara la definitiva vittoria del Cuore eucaristico di Gesù, innanzitutto nella Roma ricostruita, poi, mediante essa, nel mondo intero, compresa la terra dell’Islam: da Rabat a Giakarta. Nel momento stesso in cui il nostro padre de Nantes fondava la nostra comunità di monaci-missionari, egli m’incaricava di proporre una nuova traduzione del Corano, fatta alla luce di una intuizione che si è rivelata estremamente feconda: il Corano è l’opera di «un sapiente venuto dall’esterno».

Questo lavoro arduo ma appassionante fu reso possibile mediante l’applicazione ai testo coranico del metodo storico-critico, particolarmente del metodo esegetico che il nostro padre aveva imparato con gioia nel seminario per studiare le Sacre Scritture, e del quale ci comunicò l’entusiasmo. Così studiato, il Corano si rivelò il prodotto di una saggezza ebraico-cristiana che pretende di “portare a compimento”, dopo Mosè e Gesù, in quella perfetta religione che è l’Islam, l’unica alleanza dell’unico Dio con Abramo… e Ismaele!

Questa prodigiosa scoperta fece scrivere al nostro padre: «Ai sinceri credenti, sia dell’Islam che del Giudaismo, e più ancora a quelli della nostra santa religione cattolica, il costante riferimento dell’autore del Corano alla Toràh e al Vangelo, messo in luce da voi, costituisce non solo la chiave di un testo ormai reso intellegibile e coerente, ma anche e soprattutto un pressante invito a ritornare insieme all’unica e pura verità della Rivelazione divina, al fine di ritrovarci tutti uniti, se è possibile, nello stesso culto e nello stesso amore. (…) In questo modo, meglio che dai commentarî moderni, spesso modernisti, e generalmente ingombrati da un scoraggiante apparecchiatura scientifica, noi siamo ricondotti da lui [il coranista] al mistero di Gesù Cristo Figlio di Dio, Figlio di Maria, in questa pienezza di verità che san Giovanni contemplò e fu inspirato a rivelare al mondo”, dopo aver “preso con sé” la Vergine che Gesù, dall’alto della Croce, gli aveva dato eternamente per Madre!»

La prego di gradire, monsignore, la manifestazione dei miei religiosi e devoti sentimenti.

Fra’ Bruno di Gesù-Maria
Superiore generale dell’Ordine dei Piccoli Fratelli e delle Piccole Sorelle del Sacro Cuore

Il nostro ricorso a Roma!

Gesù! Maria! Giuseppe!

A sua eminenza
Il cardinale Luis Francisco Ladaria Ferrer S.J.
Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede
Palazzo del Sant’Offizio
00120 Città del Vaticano

Saint-Parres-lès-Vaudes, 13 giugno 2019
Seconda apparizione della Madonna a Fatima

Lettera raccomandata con ricevuta di ritorno

            Eminenza reverendissima,

avendo l’onore di rivolgermi a sua grandezza e prima di esporle l’oggetto della mia richiesta, desidero far mie le parole rivolte dal padre de Nantes al cardinale Alfredo Ottaviani, suo predecessore al vertice di quella Congregazione per la Dottrina della Fede della quale lei è oggi il Prefetto per decisione del nostro Santo Padre papa Francesco:

            «Mi piace innanzitutto di dichiarare la mia fede soprannaturale docile, certa e integra, in tutto ciò che la santa Chiesa apostolica e romana c’insegna come rivelato da Nostro Signore Gesù Cristo il quale, essendo Figlio di Dio e Dio egli stesso, non può ingannarsi né ingannare. Professo che il Magistero della Chiesa, nei suoi legittimi pastori, il nostro Santo Padre papa Paolo VI e il corpo dei vescovi uniti a lui, hanno autorità di fissare in termini dogmatici le verità alle quali noi dobbiamo credere e di stabilire in termini canonici le leggi alle quali dobbiamo sottomettere la nostra vita religiosa e la nostra condotta morale; e ciò non in modo totalitario o arbitrario, ma secondo ragioni e qualifiche diverse stabilite da questo stesso Magistero. E’ quindi con perfetta fiducia e serena sottomissione di mente e di cuore che oso rivolgermi a questa Sacra Congregazione, nella persona del suo pro-Prefetto. Per essere inclinato a una pronta e intera obbedienza, mi basta di sapere che la mia richiesta non è più rivolta a uomini dalle convinzioni incerte e dalle volontà fluttuanti, ma a un’Autorità divina nella sua fonte, legittima nella sua azione, totalmente dipendente da Gesù Cristo e gelosa d’invocarne l’Autorità suprema nel proteggere le proprie decisioni con tutte le garanzie del diritto».

            In questo plico, Eminenza, lei troverà la lettera, datata 15 aprile 2019, che mons. Georges Pontier, arcivescovo di Marsiglia, mi ha personalmente rivolto nella mia qualità di “responsabile del movimento della Contro-Riforma Cattolica”, come pure nella mia qualità di superiore generale dell’Ordine dei Piccoli Fratelli e delle Piccole Sorelle del Sacro Cuore, fondato dal padre Georges de Nantes, al quale sono succeduto. L’arcivescovo di Marsiglia mi ha poi trasmesso il questionario preparato dalla Congregazione da lei presieduta; io la informo che questa mattina ho consegnato all’attenzione di mons. Marc Stenger, vescovo di Troyes, tre copie di un memoriale di risposta, uno dei quali da trasmettere a mons. Yves Pontier.

            Ho l’onore di consegnarle due copie di questa memoria.

            In risposta alla lettera che avevo rivolto il 29 settembre 2012 a mons. Marc Stenger, la Congregazione per la Dottrina della Fede c’interroga sulla nostra adesione al secondo Concilio del Vaticano e al Magistero del Sovrano Pontefice. Di conseguenza, Eminenza, mi sembra logico assicurarmi che lei sia personalmente destinatario delle nostre minuziose risposte alle cinque difficili domande che ci sono state rivolte. Le ho formulate a nome dei religiosi delle nostre comunità poiché, su quegli argomenti, noi abbiamo un cuore solo e un’anima sola.

            Il padre de Nantes, nostro Fondatore, e noi, suoi discepoli, mettono in questione l’ortodossia delle novità dottrinali enunciate dal secondo Concilio del Vaticano e dai papi Paolo VI e Giovanni Paolo II. Il nostro insormontabile dubbio solleva una questione fondamentale: quella della legittimità di questa temibile “riforma” della Chiesa intrapresa a marce forzate, eppure in nome della libertà, dai nostri legittimi Pastori a partire dall’anno 1965. Tale questione è dunque di un interesse che sorpassa ampiamente quelli delle persone della nostra comunità e anche quelli delle Chiese locali nelle quali sono situate le nostre case. Essa riguarda la Chiesa universale e quindi coinvolge la universale giurisdizione del Santo Padre e della Congregazione incaricata di assisterlo nella difesa della dottrina della fede.

            Fin da quando erano ancora in discussione, il nostro Fondatore ha criticato le novità dottrinali contenute negli atti del Concilio e, fin dal momento della loro adozione, da buon figlio di fronte a suo padre, egli si è premurato di manifestare al Sommo Pontefice i propri penosi dubbi. Benché opponendosi pubblicamente e fermamente a questo insegnamento innovatore, fallibile e riformabile, egli si è appellato al Magistero straordinario affinché siano restituite alla Chiesa la sua unità e pace, in nome della verità della fede. Ma i papi Paolo VI e Giovanni Paolo II hanno lasciato senza risposte gli appelli del padre de Nantes, astenendosi dall’esercitare il loro Magistero sul quale noi oggi siamo interrogati.

            La lascio prendere conoscenza del nostro memoriale; una volta consegnato, esso mi dà il diritto di ripetere a sua grandezza la mia richiesta, che era stata trasmessa da mons. Marc Stenger e che mirava affinché la Chiesa di Roma, Madre e Maestra di tutte le Chiese, intraprendesse finalmente con potenza e decisione, con tutte le garanzie della infallibilità, una opera dottrinale di discernimento tra gl’insegnamenti innovatori contenuti negli atti del secondo Concilio del Vaticano e denunciati come eretici, scismatici e scandalosi dal padre de Nantes, principalmente nei tre libri accusatori rivolti ai papi Paolo VI e Giovanni Paolo II.

            Vogliate gradire, Eminenza, la manifestazione dei miei devoti e rispettosi sentimenti.

Fra’ Bruno di Gesù-Maria
Superiore generale dell’ordine dei Piccoli Fratelli e delle Piccole Sorelle del Sacro Cuore