DEUS MARIÆ

Teologia totale del padre Georges de Nantes

IN RISPOSTA ALLA NOTA DOTTRINALE MATER POPULI FIDELIS
PUBBLICATA DAL DICASTERO PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

LO scorso 8 dicembre, per la festa della Immacolata Concezione, la Commissione Teologica dell’Associazione Mariana Internazionale pubblicò una Risposta a “Mater Populi Fidelis”, ossia alla Nota dottrinale emanata dal Dicastero per la Dottrina della Fede. Questa risposta – perlomeno sferzante, sebbene improntata da una cortesia del tutto ecclesiastica – ha colto in flagrante delitto d’insufficienza e d’incompetenza il lavoro del Dicastero e l’accusa perfino di un «contro-sviluppo della dottrina» (n. 15).

In appena un mese dalla Nota, questi teologi hanno steso una Risposta che annienta il lavoro del Dicastero, del quale denunciano:

  • incoerenza, nelle traduzioni in varie lingue, tra le espressioni “sempre inappropriate” e “sempre inopportune” usate per rifiutare la Corredenzione. Questa incoerenza comporta conseguenze dottrinali molto differenti sul titolo di Corredentrice: «Qualificare questo titolo come “inappropriato” suggerisce che è scorretto e inadatto. Invece, qualificarlo come “inopportuno” suggerisce che è imprudente usarlo. Bisogna ugualmente notare che la parola “sempre” ha bisogno di chiarimenti supplementari. Se il titolo di Corredentrice è “sempre” inappropriato o inopportuno, allora i papi che hanno approvato o usato questo titolo hanno agito in modo inappropriato e imprudente. Se è “sempre inappropriato” usare questo titolo, allora i santi e i mistici che l’hanno usato erano irresponsabili e inadeguati» (n. 4): sic!
  • lettura riduttiva della dottrina pontificia sulla Corredenzione (n. 13), perché i papi Pio IX, Leone XIII; san Pio X, Benedetto XV, Pio XI e Pio XII «implicano il significato dei titoli che usavano» (nn 11, 7-9, 11-14);
  • malintesi teologici, in particolare la riduzione della Corredenzione mariana a un semplice intercessione, negando ogni causalità strumentale che però è solidamente radicata nel magistero (nn. 24-25);
  • omissioni colpevoli nei riferimenti biblici, in particolare l’assenza di ogni messa in conto della teologia paolina, dalla cooperazione cristiana alla impresa redentrice di Dio stesso (n. 34, nota 39);
  • assenza deplorevole di ogni menzione dell’ «approvazione del titolo di Corredentrice, fatta dal papa Leone XIII in data 18 luglio 1885, in alcune lodi rivolte a Gesù e a Maria» (n. 8); analogamente, riguardo Maria come Mediatrice di tutte le grazie, si è fatto silenzio sugl’insegnamenti e i riferimenti ripetuti da dodici papi lungo quattro secoli (nn. 21-23):
  • conseguente confusione dottrinale dovuta alla mancata assimilazione tra l’immediata azione di Dio nella grazia e la mediazione di questa grazia, assimilazione tuttavia ammessa dalla tradizione cattolica (nn. 28-32).

La Réponse è anche un salutare ritorno al buon senso sotto vari aspetti. Così, i teologi si stupiscono (n. 16) che il Dicastero, al fine di giustificare il rimprovero fatto al titolo di Corredentrice, si appoggi su una mera intervista fatta al cardinale Ratzinger [un Dicastero che ricorre ai giornali? Sì, ma è cosa già vista che ormai conosciamo!] e su alcune parole di papa Francesco qui qualificate come ex tempore (n. 17), ossia improvvisate, fuori dal testo preparato – in realtà, si direbbe meglio ex irae, sotto l’effetto della collera!

Infine, nella conclusione di questa Risposta, il cardinale Fernandez e la sua cricca sono anche sospettati di eresia: «Per contro, ridurre l’intera tradizione a una Redenzione fondata su “Gesù solo”, privata di ogni valore redentivo umano da parte di Maria, sembra simile a una teologia protestante della Redenzione piuttosto che a quella della Chiesa cattolica» (n. 40).

Pertanto, la Risposta reclama chiarimenti e modifiche su punti teologici, come imposto dal legittimo diritto della Chiesa cattolica (n. 3). «Riassumendo, l’Associazione Mariana Internazionale stima che il titolo mariano di Corredentrice non dev’essere qualificato né come “sempre inappropriato” né come “sempre inopportuno”. Si tratta di un titolo che è stato usato da papi e anche da santi e da mistici. Dev’essere correttamente compreso e spiegato, assieme ad altre qualifiche e dottrine cattoliche, ma una buona comprensione mostrerà che non è fonte di confusione. (…) In verità, il titolo di Corredentrice non è difficile da comprendere se viene correttamente spiegato, cosa fatta dalla Chiesa ha fatto con successo lungo oltre mezzo millennio» (n. 18) – ossia contrastando Lutero!

Lo testimoniano i numerosi riferimenti agl’insegnamenti pontifici, da Benedetto XIV (papa dal 1740 al 1758) fino a Leone XIV stesso, includendo particolarmente san Pio X, lungamente citato dalla sua enciclica Ad diem illum laetissimum, datata 2-2-1904 (nn. 7, 20 e soprattutto 24 e 33); ma lo testimoniano anche sant’Ireneo (n. 35), san Luigi Maria Grignion de Montfort (nn. 18 e 25), santa Caterina da Siena 8n. 6) e perfino la venerabile suor Lucia di Fatima (n. 15). Le apparizioni della Madonna sono chiamate come rinforzo: «Esistono anche preghiere e devozioni mariane, come quelle legate alla Medaglia Miracolosa e alle apparizioni del 1830 a santa Caterina Labouré, le quali sono chiaramente fondate sulla dottrina di Maria come Mediatrice di tutte le grazie» (n. 36).

Beninteso, la Risposta si appoggia su “santi” che non sono della nostra parrocchia, come Paolo VI e Giovanni Paolo II, o anche sul Concilio Vaticano II nei testi di Lumen gentium, che nostro padre Georges de Nantes qualificava come “antologici” (cf. G. de Nantes, Autodafé, pp. 127-131), senza dimenticare Laurentin quand’era ancora cattolico (n. 9).

Questa impressionante raccolta dimostra una credenza unanime, e proprio questo è l’argomento principale della Risposta: i titoli di Maria Corredentrice e Maria Mediatrice di tutte le grazie sono stati usati da santi, dottori, mistici, infine dal magistero pontificio in modo circostanziato, quindi da un’autorità molto più importante che la mera Nota dottrinale di un Dicastero che si mette a contraddire amplissimamente questa tradizione del magistero ordinario: «La teologia cattolica afferma che Dio, nel suo disegno provvidenziale, ha volto includere la Vergine Maria nell’opera redentrice. Dio ha preferito associare il contributo di una Donna e Madre umana immacolata al proprio disegno salvifico» (n. 40).

In conclusione, questi quaranta teologi – per la maggior parte americani, mariologi qualificati, docenti in università cattoliche, tra i quali quattro cardinali, tre arcivescovi e cinque vescovi – chiedono semplicemente che la Nota del Dicastero sia riveduta: «Noi speriamo che questa revisione condurrà a una nuova espressione del magistero riguardante queste teorie e qualifiche mariane di cruciale importanza, in maggiore coerenza e sviluppo e armonia con gl’insegnamenti dottrinali dei papi precedenti. Fra questi insegnamenti restano quelli che riconoscono la Beata Vergine Maria come Corredentrice e Mediatrice di tutte le grazie» (n. 40).

Quindi, fa piacere vedere che ci sono ancora teologi cattolici che amano abbastanza la Santa Vergine da essere capaci di alzarsi per difenderla con competenza; onore a loro!

Tuttavia, l’ora della Contro-Riforma non è ancora suonata. Infatti, la Nota Mater populi fidelis racchiude un veleno che, sciaguratamente, risulterà vittorioso su questa Risposta. Laddove quest’ultima gioca la carta della “ermeneutica della continuità” inventata da Benedetto XVI, il cardinale Fernandez trae tutte le conseguenze di una delle più gravi eresie del Concilio Vaticano II, denunciate dal nostro padre Georges de Nantes nei suoi due libri di accusa rivolti a Giovanni Paolo II datati 1983 e 1993: la gnosi wojtiliana della “incarnazione redentrice”.

Dopo aver fatto un’esposizione, appoggiata su numerosi riferimenti alla Somma teologica di san Tommaso d’Aquino, per descrivere l’umanità del Cristo come unita ipostaticamente al Figlio, colma di grazie al massimo grado e quindi costituita da Dio come principio e mediazione di ogni grazia santificante per gli altri in quanto Capo della salvezza, il cardinale Fernandez scrive:

«Questa natura è inseparabile dalla nostra salvezza, perché “mediante l’incarnazione, tutte le azioni salvifiche operate dal Verbo divino sono sempre realizzate con la natura umana da Lui assunta per la salvezza di tutti gli uomini” (Dominus Jesus, datato 6-8-2000). Mediante questa natura umana assunta, il Figlio di Dio “in qualche modo, si è unito ad ogni singolo uomo” e “col suo Sangue liberamente versato ci ha meritato la vita” (Gaudium et spes, n. 22). Mediante la grazia, i fedeli si uniscono a Cristo e partecipano al suo mistero pasquale, sicché essi possono vivere quella intima e unica unione con Lui espressa da san Paolo con la frase: “Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me” (Gal 2, 20)» (Mater populi fidelis, n. 52).

Dunque, tra Cristo e l’uomo non resta alcuno spazio per una qualche mediazione che, per così dire, sparisce per mancanza di oggetto: la Redenzione è automatica e compiuta, “in qualche modo”, dal solo fatto della Incarnazione. Questo assomiglia alla Religione cattolica, ma ne è una spaventosa parodia, una gnosi introdotta da Karol Wojtyla in Gaudium et spes, come spiegava il nostro padre:

«È prodigioso! Eccoci tutti uniti, fisicamente uniti a quel Figlio di Dio che è Dio Egli stesso! Niente più problemi! Per i buoni cattolici, li preavverto che l’autore e i suoi troppo fiduciosi colleghi trovavano in questa soperchieria “dialettica” un neoplatonismo di paccottiglia: per il fatto stesso dell’Incarnazione del Figlio di Dio, tutti gli uomini, “in qualche modo”, sono stati uniti nella loro umanità alla sua, pertanto fisicamente elevati fino a partecipare alla sua dignità di Figlio di Dio e al suo destino. Il problema della salvezza è risolto! Niente più inferno né purgatorio, niente più morale, niente di tutto ciò. Non c’è più nemmeno bisogno di una Redenzione mediante la Croce di Gesù né di una riparazione mediante le nostre penitenze e i nostri poveri meriti. Un tempo, ogni nostra mistica era fondata sulla nostra unione morale al Cristo-Dio: unione morale significa unione delle volontà; ma ormai noi siamo in Cristo come suoi fratelli siamesi, inseparabili da Lui, quale che sia la nostra moralità» (G. de Nantes, Autodafé, pp. 366-367).

Orbene, questo è il nodo dell’argomentazione di Fernandez, quello che la commissione teologica dell’Associazione Mariana Internazionale non ha voluto rifiutare. La sua grande debolezza consiste nel non aver voluto prendersela col Concilio annientando il principio stesso della “ermeneutica della continuità”. C’è evidente rottura tra san Pio X e questa gnosi, il cui frutto, preannunciato dal nostro padre, è appunto la negazione di ogni redenzione e mediazione.

Infatti, il cardinale Fernandez concatena: «Nessun essere umano, nemmeno gli Apostoli o la Santissima Vergine, possono agire in qualità di dispensatori universali della grazia. Solo Dio può donare la grazia e lo fa mediante l’umanità di Cristo, perché “la pienezza della grazie di Cristo uomo è quella dell’unico Figlio del Padre» [qui inserisce riferimenti a san Tommaso] (Mater populi fidelis, n. 53). E il cardinale aggiunge: «Nella perfetta immediatezza tra l’essere umano e Dio, perfino Maria non può intromettersi» (n. 54).

Non potrebb’essere più chiaro! Il fatto che qui san Paolo e san Tommaso vengano chiamati alla riscossa può forse impressionare, ma non è altro che una decorazione che non cambia nulla al veleno mortale. Il nostro padre ha ampiamente rilevato questo sotterfugio nei testi conciliari, precisamente nel capitolo 22 di Gaudium et spes: «Vi prevengo: è un tranquillante cattolico propinato dal nostro autore per i cardiopatici». E ancora: «Queste citazioni proteggono l’autore come una corazza da ogni attacco» (G. de Nantes, Autodafé, pp. 367-367 e ss).

Dunque, almeno per i discepoli del padre de Nantes, è facile capire che quei quaranta teologi dell’Associazione Mariana Internazionale non mettono in questione il Concilio, per cui sono condannati ad assistere impotenti alla rovina dei loro amori e infine di ogni religione.

Per noi è del tutto diverso. Il nostro padre fondatore ci ha stabiliti solidamente nella cittadella della pura fede cattolica «immutata, immutabile, non negoziabile, a causa della divina perfezione». Ma, prima di combattere contro i suoi nemici, oggi accampati nel seno stesso della Chiesa, bisogna istruirsi. È facile: basta farsi guidare da questo geniale teologo che un giorno sarà dichiarato dottore della Chiesa. Alla sua scuola, noi abbiamo cominciato a conoscere e ad amare il nostro buon Dio Trinità e il suo amabile progetto dei primi tempi: l’Immacolata Concezione, il suo Amore, come anticipazione dell’unione voluta da Dio con l’intero creato.

Proseguiamo il nostro studio sulla teologia totale del nostro Padre, nel capitolo riguardante lo Spirito Santo.

IL DIO DONATO1
LO SPIRITO DEL PADRE E DEL FIGLIO

Secondo il Romancero di san Giovanni della Croce, il Padre dice al Figlio: «Una sposa che ti ami amerei donartela, o mio Figlio». Fu così creata la Vergine Maria e fu creato il mondo per servirle da corte, da ambiente.

Ma – come insegna il Catechismo – la prima coppia umana, quella di Adamo ed Eva, creata in uno stato di giustizia e di santità, si è lasciata tentare dal demonio, per giunta in una maniera completamente avvilente e atroce, secondo l’interpretazione del Peccato Originale data dal nostro padre fondatore.

Dio aveva in vista questo mistico sposalizio tra suo Figlio e la creatura perfetta, ossia la Vergine Maria, ma in lei anche con l’intera umanità. Essendo quest’alleanza già stata del tutto decisa nella sua onnipotenza, Dio non volle abbandonare il campo a causa di questa così grave infedeltà della creatura.

Con una saggezza e una misericordia stupefacenti, il Figlio di Dio si è incarnato, come aveva deciso di fare fin dai primi tempi (secondo san Francesco di Sales, san Giovanni della Croce e altri). Ma, nell’incarnarsi, doveva entrare in contatto con questa umanità degradata, caduta nel peccato, posta in potere di Satana. Questo contatto sarebbe stato duro, difficile, drammatico: qui la Croce si profila all’orizzonte, fin dal giorno di Natale.

Tuttavia, il Figlio di Dio va a mostrare il suo amore per la sua creatura in modo ancor più ricco, ancor più stupefacente, perché si tratta di una creatura che non è più bella né buona ma anzi viziata, odiosa a Dio, che si sta rizzando contro di Lui e che nondimeno amerà fino a morirne.

Egli, lo Sposo, cercando la sua sposa infedele, ha davvero fatto, con la più grande e meravigliosa saggezza, tutto ciò che era giusto affinché Dio perdoni alla sua sposa avvilita; però dall’altra parte ha manifestato il Cuore di Dio nella sua misericordia infinita, in modo tale che, se noi non siamo colpiti da questo dolore della Croce, ciò accade perché il nostro cuore è malvagio fino alla radice, per cui non c’è salvezza per noi.

Da parte di Dio, tutto è stato già fatto. Ma dalla nostra parte, dalla parte di questa umanità maledetta? Questo non resta isolato: qui entriamo nella terza grande parte del nostro Credo. Gli esempi sono assolutamente necessari, in particolare per la lezione di questa sera, che sarà molto difficile.

Sebbene il Cristo abbia salvato l’umanità, essa non possiede quest’attrattiva per l’alto, essa non ha più l’attrazione verso il suo Sole, anzi è come un astro che, essendo sfuggito alla sua orbita, alla sua nebulosa spirale, va errando senza che nulla possa farlo rientrare nell’orbita. Ecco il problema posto a Nostro Signore Gesù Cristo, nostro primo Paracleto.

LA NUOVA ALLEANZA: GESÙ CRISTO

Il Cristo si è intitolato nostro Paracleto (Gv 14, 16), ossia nostro Consolatore, Avvocato, Difensore; non si sa come ben tradurre questo motto greco (Paràcleto).

Finché il Cristo viveva là con i suoi Apostoli, con le sante donne, essi lo vedevano, lo capivano, erano commossi, sconvolti dalla sua bontà, dalla sua misericordia, dal perdono dei peccati, dalle sofferenze sulla Croce. Accadde a Maria Maddalena, questa donna che aveva tutti i vizî: ella incontra il Cristo, si converte e si mette alla sua sequela, come gli Apostoli.

Gesù Cristo è il nostro Paracleto: ossia, coloro che gli prestano fede subiscono la sua influenza, il suo prestigio, almeno esteriormente. È la grazia di Cristo che risponde alla fede. Già questo è un inizio della rinascita dell’antica amicizia. Ma non bisogna trasfigurarla: essi sono toccati da Gesù in una maniera molto esteriore, il loro cuore non è cambiato. Come dicevano i Profeti, in particolare Geremia ed Ezechiele, noi abbiamo mantenuto un “cuore di pietra” (Ez 11, 19 e 36, 26-27; Ger 31, 33). Ma allora, chi cambierà questo cuore di pietra in quello di carne?

Quando Cristo è morto, gli Apostoli e anche le sante donne come Maria Maddalena – ad eccezione della Vergine Maria – hanno tutti perduto la fede. Essi hanno seppellito Gesù, forse con molto amore, ma credendo che tutto fosse finito. Dunque, quanto valeva questa fedeltà? Essa non ha resistito alla separazione della morte.

Ma il Cristo è resuscitato e Maria Maddalena lo ha ritrovato, gli ha abbracciato i piedi, col suo contatto è tornata alla fede, e così anche gli Apostoli. Eppure, non si trattava ancora di un cambiamento tale da unirli a Lui fino a predicare la fede con coraggio e fino a morire martiri!         

IL NOSTRO SECONDO PARACLETO: LO SPIRITO SANTO

È solo allora che nel nostro Credo, nella nostra religione, interviene un inizio, una novità assoluta, che nessun altro avrebbe potuto inventare. Poco dopo la sua Ascensione, il Cristo «comandò ai suoi Apostoli di non abbandonare Gerusalemme, ma di attendere che si compia promessa che avevano udito da Lui: “Giovanni ha battezzato con l’acqua, ma voi tra poco sarete battezzati nello Spirito Santo”» (At 1, 4-5).

Che cos’è questo Spirito Santo? Cosa stavano per ricevere? Essi non ne sapevano nulla! Fin dalla sua prima apparizione nel giorno di Pasqua, «Gesù soffiò su loro dicendo: “ricevete lo Spirito Santo”» (Gv 20, 22). Ma, in apparenza, il cambiamento non era stato notevole. Poi, questo Spirito rimane ignorato nella sua essenza, fino al giorno della Pentecoste, quando improvvisamente soffia come un vento nel Cenacolo, le cui porte e finestre erano chiuse, e scende sugli Apostoli mediante lingue di fuoco (At 2, 2-3).

Allora, ecco che gli Apostoli sono ripieni di questo Spirito Santo, ossia di una Persona altrettanto reale, vivente e potente del Cristo stesso. Con questo colpo, essi sono talmente cambiati interiormente, da uscire dal Cenacolo non essendo più ebrei e da cominciare ad annunciare la Verità.

Dunque, a partire dalla Pentecoste, qualcuno è intervenuto nella nostra storia, in quella del mondo. A causa della qualifica datagli dal Cristo, noi lo chiamiamo “lo Spirito Santo”. Egli è il nostro secondo Paracleto. Gesù aveva detto: «v’invierò un altro Paracleto» (Gv 14, 16). Nessuno lo ha mai visto, ma ne è stata sentita la manifestazione in una maniera incontestabile. I pagani vedevano queste manifestazioni. Questo Spirito non era direttamente tangibile, come lo era Gesù Cristo a franco degli Apostoli o di Maria Maddalena o della Madonna, ma era come un Essere invisibile che si manifestava in quello che suscitava nelle anime dei cristiani.

Il nostro padre faceva un esempio tratto dalla sua esperienza di direttore d’anime: «Nella mia vita sacerdotale, ho incontrato coppie separate: l’uno si era dato al crimine, l’altra tentava di sottrarvelo. Cosa fare in casi del genere? Si cerca qualcuno che sia vicinissimo a noi (nostra madre, nostra sorella, qualcuno che sia davvero presso il nostro cuore), e lo s’invia a questa persona avvilita per fare il nostro avvocato – guardate questo gesto che sto facendo, s’invia questa persona come dal nostro cuore, qualcuno che tiene a noi e al quale noi teniamo molto – lo s’invia per farne il confidente, il consigliere, l’avvocato per ricuperare questa persona diventataci estranea o nemica, per ricondurla a noi mediante una influenza costante, suggestioni, riflessioni che moderino la sua tendenza al crimine, che infiammi il suo cuore, se possibile, di sentimenti più umani; così, facendoci aiutare da questa persona, finiamo col ritrovare l’amore dello sposo che avevamo perduto. Questo è il ruolo dello Spirito Santo!

«Lui, il Cristo, era uomo con gli uomini, davanti alla sua creatura, a tutti gli esseri ai quali aveva predicato, che aveva beneficato, per i quali era morto e ai quali era apparso risorto; affinché questa gente si rivolgesse a Lui, bisognava che risorgesse in loro quest’attrattiva e che il Cristo inviasse lo Spirito Santo. Ecco quanto c’insegna la fede cattolica.

«Dunque, lo Spirito Santo è stato inviato per restare tra noi, ma non è visibile, non si è incarnato, o, se lo farà, lo farà in figure vicine come quelle che ho usato nella mia parabola. Sarà come la Madre di Cristo, che verrà da noi, ma in fondo non sarà altro che l’inviata da Cristo, piena del suo santo Spirito, al fine di ricondurci a Lui; oppure, sarà un santo o una santa… Lo Spirito è comunque qualcuno sorto da Cristo che ci riconduce a Lui, perché la sua stessa essenza sta nell’essere unito a Cristo e al proprio Padre. Così, il Cristo diceva che il Padre ci avrebbe inviato lo Spirito Santo (Gv 14,16 e 26) e poco dopo, nello stesso discorso, Gesù diceva che Egli stesso ci avrebbe inviato quello Spirito (Gv 15,26 e 16,7). Poi è detto che lo Spirito Santo verrà da noi di propria iniziativa, (Gv 16,13), e lo farà comunque per ricondurci a Gesù Cristo nostro Signore. Ecco perché noi diciamo: “Credo nello Spirito Santo”».

SPIEGAZIONE SCOLASTICA

Secondo i Padri greci, il Cristo risalito al Cielo ci ha inviato il suo Spirito, il quale è una Persona divina affiancata alle nostre persone umane, la quale ci ha divinizzati per una sorta di osmosi. Così, avendo ricevuto lo Spirito Santo nel giorno del nostro Battesimo – o in quello della nostra Cresima, secondo la Chiesa occidentale – noi viviamo in contatto e in intima amicizia con questo Consolatore, questo Avvocato, questo Consigliere interiore, in modo tale che siamo divinizzati da questo contatto. È magnifico! Noi siamo il tempio dello Spirito Santo che vive in noi e ci divinizza.

Eppure, san Tommaso (cf. Summa Theologica, I, q. 43, art. 3) e i Padri latini vedono questa realtà in un’altra maniera. Essi insegnano che, quando la Chiesa ci battezza, Dio ci dona una grazia che non è il Dono increato, ossia lo Spirito Santo, ma è il dono creato, appunto la grazia. Si tratta di una radicale modifica del nostro essere (un habitus entitativo) che ci rende capaci di usare di Dio e di fruirne (uti et frui). Un po’ come un apparecchio di TSF ci permette di captare onde che altrimenti non ci servirebbero a nulla. Ciò che Dio ci dona nei Sacramenti è la grazia mediante la quale noi siamo capaci di conoscere Dio per fede, di sperare in Lui e di amarlo.

Quando era in seminario, il nostro Padre ha difeso questa posizione di san Tommaso contro il suo professore, peraltro molto rivoluzionario, il quale insegnava ai propri allievi del quarto anno la visione mistica dei Padri greci.

 Ma nostro Padre ci ha confessato: «Ho cambiato opinione, perché in questa posizione occidentale, quando noi siamo battezzati e confermati, Dio ci dona la grazia e, in quel momento, noi siamo trasformati. La grazia ci trasforma, eccome! Noi diventiamo un nuovo essere che partecipa di Dio e, grazie a questa trasformazione operata in noi dai Sacramenti, siamo capaci di vivere con Dio a tu per tu! Ovviamente sto esagerando e forzando l’immagine, ma lo faccio per condurvi alla mia attuale posizione. Quindi, non si può dire “io ho la grazia”, come facevano i figli della mia generazione, “io sono in stato di grazia, va tutto bene, posso comunicarmi”; oppure “io non sono più in stato di grazia e quindi non c’è più nulla da fare”, sono io ad essere buono o cattivo, bianco o nero, lo sono io da solo!

«I Padri greci ci rendono un immenso servizio facendoci capire che Gesù Cristo, morendo sulla Croce, ha ottenuto da suo Padre un merito tale, da poterci inviare, donare lo Spirito Santo. Se poi voi volete figurarvelo – dato che abbiamo bisogno di essere sostenuti da immagini – poiché la Santa Vergine è il Tempio dello Spirito Santo, dato ch’ella è veramente la creatura abitata dallo Spirito Santo, Gesù ha ottenuto dal Padre la grazia sulla Croce, a causa di tutte le sue sofferenze, d’inviarci la Madonna per salvarci. Siamo noi quella donna adultera e avvilita, ma ecco che giunge ad abitare in noi la Madre di quel nostro Salvatore che ce la dona per amarla».

Quel “dono increato” ch’è lo Spirito Santo viene fin dall’inizio, il Cristo c’invia fin dall’inizio ciò che ha di più caro al mondo, ossia il suo Spirito. E questo Spirito entra in noi per perfezionarci e guidarci incessantemente verso il bene e, a poco a poco, per trasformarci col suo contatto. Questo dibattito scolastico ci permette di rivelare la natura della personalità dello Spirito Santo.

CHI È LO SPIRITO SANTO?

Lo Spirito Santo è sconosciuto, anzi è il grande sconosciuto. È sconosciuto, perché nemmeno se ne parla; è il grande sconosciuto, perché non lo si comprende. Questa misconoscenza dello Spirito Santo – non certo da parte dei santi e dei mistici, ma dall’uomo comune – è davvero scandalosa nella Chiesa, da molto tempo. La Cresima è un Sacramento mal distribuito, sia prima che dopo il Concilio, è come se non contasse nulla. Si tratta di una misconoscenza, perché la teologia dello Spirito Santo rimane inferma. Certamente l’eredità di san Tommaso, molto notevole su questo punto come su tanti altri, non è sempre ben capita né ricevuta.

Lo Spirito Santo è questo avvocato inviato dal Cristo per starci vicino e per ricondurci a Lui. Lo Spirito Santo è inviato: questa è la sua cosiddetta “missione” nel mondo, che ha per fine diventare ciò che è profondamente: l’amore stesso del Padre e del Figlio. Cosa può Egli instaurare in noi? L’amore del Padre e del Figlio, perché Egli stesso è questo amore.

Scrive san Paolo nella Epistola ai Romani (Rm 5,5): «Caritas Dei diffusa est in cordibus nostris per Spiritum Sanctum qui datum est nobis»; “la carità di Dio (l’amore divino) è stata diffusa nei nostri cuori da quello Spirito Santo che ci è stato donato”. Dio ci ha donato lo Spirito Santo, il Cristo lo ha soffiato sui suoi Apostoli. Dio ha inviato lo Spirito: cosa fa Egli nelle anime? Diffonde l’amore di Dio, in modo tale che questo amore divino sia come una fiamma che si accende nei nostri cuori e fa che noi non abbiamo nulla di più pressante che il ritornare a Dio per unirci a Lui, perché l’amore consiste a essere uniti a chi si ama.

San Tommaso ci dice che, mediante la missione dello Spirito Santo, noi possiamo comprendere quella sua “processione” che definisce la sua natura nell’eternità: il ruolo ch’Egli svolge nel mondo corrisponde all’eterno ruolo svolto all’interno della Santa Trinità (Summa Theologica, I, q. 43, a. 7).

Nel contemplare il creato, noi possiamo capire che Dio è come un Padre per noi. Poiché Dio è un Padre per noi, questo prova che, prima che noi fossimo stati creati, Egli era già Padre! Da tutta l’eternità, per sua stessa essenza, nel suo essere anche personale, Dio è Padre di un Figlio eterno. Pertanto, noi approfittiamo della sua paternità in modo accessorio. 

Parimenti, – noi non lo sapevamo, ma il Cristo ce l’ha rivelato e poi gli Apostoli l’hanno percepito dai suoi affetti – poiché esiste una Persona che non è quella del Padre né quella del Figlio, e che questa Persona ha per ruolo storico l’andare da Dio verso questa creatura umana che sta centomila anni-luce lontana da Lui, e, una volta stabilitasi in questa creatura,  non ha niente di più pressante che il ricondurla a Dio mediante l’amore, bisogna dire che, da tutta l’eternità, esiste in Dio un Padre che genera il suo Figlio da tutta l’eternità, e il Padre e il Figlio spirano lo Spirito.

Ma cosa fa lo Spirito Santo? La stessa cosa che fa in noi: sorge da Dio, irraggia l’amore, e questo stesso amore è di per sé una forza che riconduce a Dio.

Il nostro Padre usava ancora un paragone per aiutarci a capire: «Ho trovato un paragone: è quello del boomerang. In Australia, gli aborigeni hanno inventato questo apparecchio: un pezzo di legno in forma di V molto allungato; essi lo lanciano sugli uccelli, esso va e ritorna al suo proprietario. Esso è fatti in maniera tale – la meccanica lo spiega benissimo – che comincia arrivando a una certa distanza, secondo la forza del lancio, e quando è giunto a un certo movimento rallentato, la sua stessa forma lo fa tornare alla destinazione di partenza. Esso parte e ritorna! È uno strumento davvero curioso, perché, se voi sparate una pallottola di fucile, è ben raro ch’essa ritorni indietro! Il boomerang ha per natura (è la sua forma) di partire e di ritornare.

«Il Padre e il Figlio – noi non avremmo mai potuto inventarlo – gioiscono della loro unione, della loro unità, della loro perfetta reciproca conformità, sentono il bisogno di manifestare la loro unità, la loro gioia, e questo è una sorta d’irraggiamento, di esplosione che si chiama Amore. L’amore è esuberante, è molto più espressivo di quel principio inventato dai platonici e da loro trasformato in fonte di tutta una scienza morale: “bonum est diffusivum sui”, “il bene è diffusivo per natura”. Quando ero sui banchi universitari, m’insegnavano questo, l’ho recepito, l’ho imparato di cuore; una volta diventato docente, l’ho insegnato ai miei allievi. Ma nei fatti non capivo nulla di quanto dicevo, e sapete perché? Perché ciò non ha alcun senso; il bene sarà di per sé diffusivo, ma perché lo è?

«È difficile, eppure ciò parla al cuore! Questo stesso movimento, mediante il quale quei due personaggi parlano del “nostro amore”, essi sono come in contemplazione del loro amore, ma questo amore che è davanti ai loro occhi (per così dire), essendo il loro amore comune, che mai vorrà fare? Ritornare da loro, ovviamente! È il loro amore, che non diventa infedele attaccandosi ad altri, che ritorna da loro come la Terra è attirata dal Sole»

Dunque, la Persona dello Spirito Santo è quell’Amore che – come dicono i teologi – è “spirazione” sia attiva che passiva. “Spirazione” vuol dire movimento, il vento ci dà l’0immagine di questo Spirito. Quando il Padre e il Figlio, da tutta l’eternità, sono esultanti l’uno nell’altro, questa esultanza è come un forte vento di tempesta che sorge da quel focolare come i miliardi di calorie versate dal Sole sull’universo, perché è beato, perché è bollente. È l’irraggiamento dell’essere, è l’irraggiamento del Padre e del Figlio, è lo Spirito. Noi apprendiamo ch’Egli è una Persona uguale al Padre e al Figlio ma, essendo la manifestazione del loro amore, questa Persona non fa che tornare a loro.

Il nostro padre faceva un altro paragone: «Direi che questo sole di Dio Padre e Figlio, che non sono che uno, sarebbe paragonabile alle macchie solari che è lo Spirito Santo. Io le vedo come una formidabile implosione; è come quando un oggetto scoppia al proprio interno, o, se volete esplode d’amore tra il Padre e il Figlio nella loro unità. Proprio questa unità tra le due Persone dona a loro uno zampillo, non dico per grazia ma per mistero, per meraviglia, per mistero eterno, eternamente assoluto e necessario, ed è come quello che Dio è da tutta l’eternità. Non può esserlo altrimenti e nessuno l’ha fatto così, Egli stesso si fa così. È una scintilla, è un lampo e un tuono, come nei nostri laboratori parigini nel Palais de la Découverte, quando si accostano i due poli elettrici, quando si accostano i due elettrodi scocca una scintilla. In breve, l’esplosione è la scintilla, lo Spirito Santo è come una esplosione. Non si sa perché il Sole, d’improvviso, lancia nel vuoto quelle enormi fiammate che chiamiamo macchie solari: sono macchie delle quali non si può sopportare la vista».

La spirazione trinitaria è la proiezione di questo torrente di luce, di calore e di vita all’esterno del Padre e del Figlio, nel senso che si tratta di una terza Persona. Ma, dicono i teologi, quella proiettata all’esterno è la spirazione passiva, è come un vento che riporta al centro stesso di Dio. Lo Spirito Santo vuole solo precipitarsi in quel Padre e il quel Figlio dei quali è la gioia. Egli fa la stessa cosa da tutta l’eternità, in rapporto al Padre e al Figlio, quando entrambi lo “lanciano un po’ oltre” fino a noi: Egli illumina i nostri cuori col fuoco del quale brucia e ci attira verso il centro stesso della Santa Trinità, riportandoci necessariamente al Padre e al Figlio.

PARENTESI TEOLOGICA: “FILIOQUE”

Da questo deriva una magnifica conoscenza della terza Persona divina. San Tommaso, contro i Greci, ha capito una cosa profondissima.

Secondo i Greci, lo Spirito Santo procede dal Padre come dal Figlio; il Padre genera il Figlio e parimenti lo Spirito procede dal Padre. Quando, nell’ottavo secolo, gli Occidentali dell’epoca carolingia hanno cominciato a cantare nel loro Credo che lo Spirito Santo procede sia dal Padre che dal Figlio – “qui ex Patre Filioque procedit” – questo Filioque ha fatto infuriare i Greci, per il fatto ch’essi, avendo un atteggiamento nettamente scismatico verso i disprezzati Latini, sostenevano che si trattava di un’eresia dire che lo Spirito procede dal Figlio come dal Padre. Ne derivarono una serie di Concili…

Ancor oggi, gli Orientali dicono che è eretico pretendere che lo Spirito proceda sia dal Padre che dal Figlio. Al massimo, essi accetterebbero di dire che lo Spirito Santo procede dal Padre attraverso il Figlio: essi lo descrivono come una freccia: il Padre genera il Figlio e, mediante Lui, spira lo Spirito; quindi, il Figlio è ridotto a un intermediario, da solo resta improduttivo.

Invece, noi cattolici diciamo che il Padre genera il Figlio e lo Spirito procede da entrambi, come in un triangolo. Tuttavia, ne deriva una cattiva teologia che è un errore comune, senza far torto a nessuno perché è un modo di dire che si trasmette da una generazione all’altra…  Non si tratta di un’eresia, ma di una espressione difettosa, che lascia penetrare un errore irriflesso: lo Spirito Santo sarebbe il legame che unirebbe il Padre e il Figlio, come se entrambi non fossero già uno in virtù della prima processione, ossia una sola cosa, una sola sostanza, non già uniti tra loro.

Il Concilio di Nicea (anno 325) è giunto a questa definizione, per la quale ci si è battuti durante l’intero quarto secolo, secondo cui il Padre e il Figlio sono consostanziali, il Figlio essendo consostanziale al Padre. Sessant’anni dopo, nel Concilio di Costantinopoli (anno 381), prima che ci si preoccupasse di definire la divinità dello Spirito Santo, il Padre e il Figlio sono uno, senza bisogno di legame tra loro; lo Spirito non è il legame che unisce il Padre e il Figlio, non ne hanno bisogno perché non c’è alcuna separazione. C’è solo una distinzione di Persone, c’è una processione dall’uno all’altro nella perfetta unità sostanziale dell’Essere divino.

Si dice che lo Spirito è “il bacio tra il Padre e il Figlio”. Si tratta di una rappresentazione allegorica, che può essere intesa correttamente o scorrettamente. Si allude al bacio tra due sposi che li spinge a unirsi, che unisce due persone separate che si avvicinano e si baciano, il loro abbraccio amoroso e il loro bacio li uniscono. Ma questo non può essere valido nel nostro caso. Se c’è bacio tra il Padre e il Figlio, c’è per esprimere la gioia della loro unione ma non l’unione in sé, perché la loro unità si esprime da sola. Allora, questo bacio esprime un altro movimento, un’altra processione, ed è questo che dobbiamo dire, ed è importantissimo!

Riteniamo che il Figlio è uno col padre, perché il Padre gli dona tutta la propria natura, e si tratta dell’unità di una sola natura, essi sono consostanziali, non c’è nulla in mezzo a loro: il Padre genera il Figlio.

E lo Spirito Santo? Qui san Tommaso è geniale (Somma theologica, I, q. 36, art. 2-4; q. 39, art. 7-8). Egli spiega ai Greci: se noi diciamo che il Padre genera il Figlio, e che, d’altra parte, il Padre produce lo Spirito Santo, non potremo mai fare differenza tra il Figlio e lo Spirito. Dio è semplice, Dio Padre è la perfetta semplicità. Se ci fossero due atti produttivi partiti da questo stesso Essere semplice, allora lo Spirito non sarebbe altro che un secondo Figlio. Ma si ci fossero due Figli, ciascuno di loro avrebbe solo una metà della paternità, e questo non va bene.

San Tommaso afferma: per comprendere ciò che è lo Spirito Santo, bisogna assolutamente dire ch’Egli procede sia dal Padre che dal Figlio, perché, in quel momento, si capisce che la novità dello Spirito proviene proprio dall’unione spinta fino all’unità tra le due Persone divine. Cos’accade quando due persone sono perfettamente unite? Si capisce ciò che sono capaci di produrre, ossia un atto d’amore. Ecco come san Tommaso ha risposto alla massima difficoltà, sorta durante la storia della teologia, riguardante la Persona dello Spirito Santo.

LO SPIRITO SANTO, TERMINE DELLE PROCESSIONI DIVINE

Il Padre è fonte e origine, questo lo sappiamo. Quando dice la sua Parola nella solitudine, Egli solo la capisce! Ma questa Parola è la seconda Persona della Santa Trinità e, quando Dio si è espresso, questa Parola manifesta la sua Sapienza, la sua perfezione, ne è l’immagine. Questa Parola, invece di fuggire da Lui – come quando noi parliamo, la parola se ne va lungi e muore – Gli resta davanti, anzi si pone nel suo seno mostrandosi a Lui; ed Egli l’ama come sua Parola, se ne compiace, perché è tutto Egli stesso che viene così espresso nel suo Figlio, e in una perfetta unità.  Dato che essi procedono l’uno dall’altro nell’unità di una stessa sostanza, dato che il secondo è la perfetta immagine del primo, il Figlio similitudine del Padre, allora il Padre l’ama e il Figlio ama suo Padre per avergli dato un tale essere a sua immagine. Allora questo amore sgorga: è il mistero per eccellenza.

Tutto questo non ha nulla di paragonabile con il concepimento del figlio da parte del padre e della madre, come si dice troppo spesso! Non è un concepimento, è una scintilla, un irraggiamento, una esplosione di ben altra qualità intellettuale. La sottilissima teologia del Concilio di Toledo (anno 675) dice che il Padre e il Figlio, essendo di un solo principio, non sono che uno e da quest’ uno, che è dualità di Persone, sgorga la terza Persona come un soffio, una fiamma, un torrente di vita. È l’Amore, è l’Amore divino, è l’Amore tra il Padre e il Figlio, ma sorgente dalla loro unità.

In noi uomini, che non saremo mai eguali a Dio, l’amore non è altro che un fattore di unione di persone distinte, differenti e libere, le quali non otterranno mai altro che una unione morale. Essa potrà certo costituire una unione corporea, fisica, ma sarà sempre una unione fatta nel tempo e nello spazio, sempre una unione tra due esseri radicalmente diversi, separati, tra sostanza diverse; pertanto, il bacio che accosta due sposi è sempre uno slancio dell’uno all’altro, ma uno slancio superficiale e passeggero che non ha nulla in comune col – o  almeno non ha lo stesso significato del – bacio che il Padre e il Figlio si donano nella loro unità acquisita.

Il nostro padre aggiungeva: «Processione è parola teologica per dire esplosione, produzione, vale a dire “uscita” di un essere partendo da un altro. Ma la parola “uscita” sarebbe troppo forte. Poco importa! Noi ci esprimiamo usando parole utili piuttosto che giuste. Dunque, c’è “uscita” del Figlio dal seno del Padre, c’è una emanazione, è un exitus, come si dice in latino; eppure, essendo i due una sola sostanza, questa “uscita” allo stesso tempo comporta il movimento di ritorno, il reditus.

Colui che è sgorgato dalla bocca del Padre, il Verbo, torna anche nell’anima del Padre, si rifugia nel suo seno, perché è uno con Lui. Nello stesso modo, le due Persone divine, non essendo che uno, nella loro “esplosione di gioia” – non posso dire altrimenti, ma è molto più espressivo ed è anche conforme alle Scritture – esplosione di ardore amoroso, lo Spirito Santo sgorga dalla loro unità, non dal loro incontro. Sgorga dalla loro unità, non è altro che un ritorno da loro, perché è il loro Amore. Da loro sgorga un Amore, ma è un amore tra loro e nient’altro che per loro. Dunque, lo Spirito si precipita in loro come queste enormi fiamme sgorgate dal Sole che si precipitano nel seno stesso di questo braciere. Ecco come si può esattissimamente distinguere la processione dello Spirito Santo dalla prima produzione che è la generazione del Figlio».

Così, lo Spirito sgorga nell’infinito di Dio, in qualità di Amore tra il Padre e il Figlio a loro consostanziale. Nel Concilio di Costantinopoli del 681, ripetendo quello di Nicea del 325, i Padri della Chiesa, unanimi contro gli ariani, hanno affermato che il Padre e il Figlio sono consostanziali, ossia che le loro Persone non sono altro che un solo e identico Dio, una sola e identica sostanza (il nostro Padre preferiva dire “una sola e identica esistenza”). Contro gli pneumatochi, ossia contro coloro che avversavano la divinità dello Spirito Santo, i Padri hanno aggiunto che questo Spirito doveva anch’esso essere adorato e glorificato assieme al Padre e al Figlio (“adoratur et conglorificatur”), per eguaglianza di perfezione, essendo anch’Egli Dio.

Quale sarà dunque la prima missione dello Spirito Santo, dato ch’Egli sgorga dall’Amore tra il Padre e il Figlio? Ci resta da rispondere a questa domanda. [a seguire]

Fra’ Bruno di Gesù-Maria

 

Conferenza del Corso di Teologia totale, del padre Georges de Nantes, pronunciata a Parigi nella sala della Mutualité, il 9 aprile 1987 – sigla Th T 7 sul VOD de La Contre-Réforme Catholique (Il dono dello Spirito dell’Amore creatore, XII conferenza del ritiro: Saggio di una mistica trinitaria, 22-29 ottobre 1989), sigla S 103.